Mi chiamo Francesco Aceto e studio Design del Prodotto e della Comunicazione.
Quando ho scelto di fare il tirocinio in Street is Culture, la cosa che mi ha colpito di più è stata l’idea di promuovere sport urbani per bambini. Trasformare discipline come skate, parkour e graffiti in strumenti educativi mi è sembrato qualcosa di forte e concreto.
All’inizio pensavo che mi sarei occupato principalmente della gestione del sito e della realizzazione di locandine. Ed è stato così. Ma la differenza non è stata tanto nelle mansioni, quanto nel contesto in cui le ho svolte.
In università si lavora spesso su progetti simulati. In SIC ho lavorato su richieste reali, con scadenze vere e obiettivi concreti. Ogni flyer doveva essere pronto per una data precisa. Ogni contenuto aveva uno scopo e doveva funzionare davvero.
Mi sono occupato della gestione del sito tramite WordPress, aggiornando flyer e form di contatto per gli eventi. Ho realizzato locandine per corsi e open day utilizzando Illustrator e Canva. Ho cercato giornali e pagine Instagram per promuovere le attività e ho lavorato anche alla creazione di materiali di merchandising come t-shirt, sticker e depliant.
Non ho imparato qualcosa di tecnico che non conoscessi già. Ho imparato qualcosa di più importante: i tempi e i modi del lavoro reale.
Ho sviluppato una maggiore autonomia nella gestione di un sito web e una maggiore consapevolezza nella produzione di materiali grafici pensati per un pubblico concreto. Ho capito che non basta che una grafica sia esteticamente valida: deve essere chiara, funzionale, coerente con l’identità dell’organizzazione.
Quando si presentava un problema, soprattutto legato al sito o a una locandina, ho imparato a mettermi nei panni di un utente medio. A chiedermi cosa non fosse chiaro. A trovare una soluzione più semplice ed efficace. Questo approccio mi ha fatto crescere molto dal punto di vista del problem solving.
Ma se devo pensare alla vera differenza di questa esperienza, penso al lavoro di squadra.
SIC, per me, si può descrivere con tre parole: urban, dinamica, team. Urban perché nasce dalla cultura di strada. Dinamica perché le attività cambiano spesso e richiedono adattamento. Team perché i ragazzi che lavorano qui sono come un’unica macchina che funziona insieme.
Lavorare con persone della mia età, allo stesso livello, confrontarci continuamente e risolvere insieme le difficoltà ha reso tutto più formativo. Ho condiviso gran parte dell’esperienza con Emma, Beatrice e Nicole: siamo riusciti a organizzarci in modo efficace, dividendo i compiti, confrontandoci sulle scelte e supportandoci a vicenda. Questo ha migliorato il risultato finale e mi ha fatto capire che riesco a dare il meglio quando gli obiettivi sono condivisi.
Ho conosciuto persone con background diversi e modalità di lavoro differenti e ho imparato ad adattarmi, ad ascoltare, a rivedere le mie idee quando necessario.
Il momento in cui ho capito che non era solo un tirocinio è stato quando mi sono reso conto che quello che producevo aveva un impatto reale. Non era un esercizio accademico. Era comunicazione che serviva davvero a promuovere eventi, attività, progetti sul territorio.
Oggi mi sento più pronto per il mondo del lavoro. Per la prima volta ho gestito responsabilità concrete, scadenze reali, richieste non simulate. Questo mi ha dato una maggiore consapevolezza delle dinamiche professionali e del livello di attenzione che serve quando si lavora per un’organizzazione vera.
Consiglierei questa esperienza a chi è appassionato di street sport e ambiente urban, ma anche a chi vuole uscire dalla dimensione teorica e confrontarsi con la realtà. A chi ha voglia di lavorare in team, di sbagliare, di trovare soluzioni insieme e di crescere professionalmente in un contesto dinamico.
Un ringraziamento speciale va alle persone con cui ho condiviso questo percorso, ma anche a Magid, per aver creato un ambiente in cui i giovani non sono semplici tirocinanti. In SIC ti viene data fiducia, responsabilità e spazio per dimostrare quello che sai fare. Questo cambia completamente il modo in cui vivi l’esperienza.
Street is Culture, per me, è stato il passaggio dalla teoria alla pratica.
Un luogo dove il design non resta un’idea, ma diventa qualcosa che funziona davvero.
Francesco Aceto
Design del Prodotto e della Comunicazione, Università di Genova
