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Daniel Morales arriva con il sorriso di chi ha passato una vita intera su una tavola. Non è uno di quelli che racconta lo skateboard come uno sport qualunque. Per lui è molto di più: è stato un linguaggio, un rifugio, un modo per crescere.

Daniel viene da lontano. È nato in Ecuador, ma è cresciuto tra le strade di Milano, prima a Quarto Oggiaro e poi nella zona di Città Studi. Un percorso che lo ha portato ad attraversare mondi diversi, culture diverse, quartieri diversi. E forse è proprio questo che ha reso il suo rapporto con la strada così forte.

«Sono cresciuto tra Ecuador e Milano. Da ragazzino ero molto particolare… diciamo anche un po’ pazzo, arrogante. Mi piaceva il rischio, mi piaceva fare cose che andavano contro il sistema». Lo dice ridendo, con quella sincerità che appartiene a chi sa guardarsi indietro senza nascondere niente. Perché lo skateboard, per Daniel, non è stato solo un gioco: è stato un modo per trovare una direzione.

Il primo incontro con la tavola arriva quasi per caso. «Ho scoperto lo skate molto random. Un amico di mio fratello aveva uno skateboard e io ho detto: cavolo, voglio provarlo anch’io». La madre gliene compra uno in un mercatino dell’usato. Non uno skate qualunque: uno di quelli vecchi, enormi, quasi da museo. «Era probabilmente lo skate più brutto della mia vita», racconta ridendo.

Ma quella tavola, per quanto improbabile, è stata l’inizio di tutto.

Daniel si presenta allo skatepark dell’area Motta per provarla. I primi momenti non sono dei più gloriosi: qualche risata da parte dei ragazzi più grandi, un po’ di goffaggine, la sensazione di essere fuori posto. Poi succede qualcosa che nello skate succede spesso.

La comunità interviene.
«Dopo aver riso un attimo di me, dei ragazzi più grandi mi hanno regalato il mio primo skate vero». È un gesto semplice, ma decisivo. Da quel momento Daniel entra davvero nel mondo dello skateboarding. E non ne uscirà più.

«Da lì ho iniziato a crescere dentro quell’ambiente. È stato il primo amore.»

Chi vive lo skate sa che non è solo una questione di trick o di equilibrio. È un ambiente fatto di relazioni, di condivisione, di persone che si aiutano a migliorare. Daniel lo racconta con parole molto dirette.

Ed è proprio questo spirito che si ritrova ancora oggi negli open day di Street is Culture. Durante uno di questi, a Milano, anche il racconto di Daniel ha preso forma dal vivo: Dinu, tirocinante presso SIC, ha avuto modo di conoscerlo direttamente, osservarlo mentre lavorava con i ragazzi e persino mettersi in gioco in prima persona, provando lo skate.

Un passaggio che racconta molto più di una semplice intervista.

Perché in SIC non ci si limita a osservare: si entra dentro le esperienze, si vive quello che si racconta. Il lavoro sul campo, il contatto diretto con istruttori e famiglie e la possibilità di sperimentare in prima persona rendono ogni percorso formativo qualcosa di concreto e condiviso.

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Lo skate ha insegnato a Daniel qualcosa che nessuna scuola gli avrebbe mai potuto insegnare.

«Mi ha insegnato soprattutto il rapporto umano con le persone»; ma anche qualcosa di più importante: la disciplina. Perché lo skateboard è fatto di tentativi, cadute, errori. E di ripartenze.

«La cosa più grande che mi ha insegnato è la perseveranza. Il famoso “never give up”: non mollare mai».

Chi ha provato a imparare un trick lo sa bene. Si cade dieci, venti, cinquanta volte. Capita di perdere la pazienza, si lancia la tavola, si “impreca”. Daniel lo racconta senza filtri.

«Quando sbaglio molti trick perdo anche il controllo, tiro insulti, lancio lo skate…». Ma poi si torna sempre sulla tavola. «Quello che conta è la costanza. Non importa quanto sia difficile: devi continuare a provarci».

Ed è proprio questa mentalità che, negli anni, ha portato Daniel a vedere lo skateboard sotto una luce diversa. Non solo come passione personale, ma come strumento educativo.

Perché ciò che impari sulla tavola, prima o poi, finisci per portarlo anche nella vita.

«Quello che mi ha insegnato lo skate è che se vuoi raggiungere un obiettivo devi continuare a provarci. Che sia nello skate, nello studio o nella vita».

È un messaggio semplice, ma potentissimo. Ed è lo stesso che oggi Daniel trasmette ai ragazzi che incontra nei corsi.

Quando parla dello skateboard, infatti, non parla solo di sport. Parla di libertà.

«Lo skate è una delle cose più belle che siano state inventate sulla terra», dice senza mezzi termini. E non lo dice per esagerazione. Lo dice perché lo skateboard, per lui, è stato un modo per conoscere se stesso e il mondo intorno.

«È molto liberatorio. Ti aiuta a conoscerti meglio e ad approcciarti al mondo in modo diverso».

È una porta d’ingresso alla cultura urbana: musica, street art, breakdance, creatività. Tutto quello che nasce dalla strada e che spesso diventa un linguaggio universale per i più giovani.

Certo, Daniel lo ammette: lo skate può essere anche uno sport estremo. Ma è proprio questo che lo rende così formativo. Perché ti mette continuamente davanti a una scelta: fermarti o riprovare. E chi sceglie di riprovare, alla fine cambia.

È anche per questo che realtà come Street is Culture riescono a trasformare discipline nate per strada in strumenti educativi. Qui lo skateboard non è solo un’attività sportiva: è un modo per insegnare ai ragazzi la fiducia, il rispetto, la costanza.

E istruttori come Daniel sono la prova vivente di quanto questo percorso possa fare la differenza.

Perché dietro ogni lezione non c’è solo un trick da imparare, ma una storia da raccontare.

La storia di qualcuno che è caduto tante volte, ma ha sempre deciso di risalire sulla tavola.

E forse è proprio questo il vero insegnamento dello skate.

Non il salto perfetto.
Non l’equilibrio impeccabile.

Ma la capacità di rialzarsi ogni volta.

  

Asia Maria Preziuso
Studentessa di Lettere – curriculum Moda, Arte, Design e Cultura Visiva
Università degli Studi di Bergamo