Giovanni Baroncini è nato e cresciuto a Livorno. All’apparenza è un ragazzo molto tranquillo, non un ribelle o uno spericolato, «A differenza di quello che ci si aspetterebbe da chi pratica skate», dice Giovanni, consapevole che per alcuni lo stereotipo dello skater “cattivo ragazzo” sia ancora reale.
Tra i primi sport che ha praticato ci sono le arti marziali: «Ricordo che da bambino uno dei primi sport che provai fu judo, dopo qualche lezione i maestri ci fecero vedere qualche mossa e da lì decisi di smettere perché avevo paura di farmi male… ironicamente anni dopo ho scoperto lo skate e non ho più smesso».
Lo skate lo scopre per caso, al campeggio estivo grazie ad un suo amico che si era appassionato alla disciplina; ma già anni prima lo aveva provato: «Appena ci montai sopra cascai sbucciandomi ginocchia e fianchi, ma feci finta di niente per nasconderlo a mia mamma, che mi aveva detto di non provare perché era pericoloso».
Tuttavia, gli ostacoli che ha incontrato non sono stati molti. Nonostante la paura di farsi male, la famiglia ha deciso di farlo proseguire.
«Alla fine, qualche sbucciatura e qualche infortunio fanno parte della vita di ogni bambino, e lo aiutano soprattutto a crescere e conoscersi».
Come per tanti, anche per Giovanni questa disciplina inizialmente ha rappresentato la libertà, raccontandomi che solo con lo skate è riuscito ad instaurare un vero legame: «Ho provato tanti sport da bambino ma li ho abbandonati tutti per via di regole e rigidità. Lo skate per me non è mai stato uno sport da allenare per un fine specifico ma era semplicemente un modo divertente e libero di passare il tempo con amici senza esercizi imposti da qualcuno».
Gli sport di strada sono anche questo. Sono la libertà di scegliere, divertendosi e senza essere obbligati a fare quello che non si vuole fare veramente.
«Sbagliare, sbagliare e sbagliare finché non si arriva all’obiettivo, questo è ciò che mi ha insegnato questa disciplina». La perseveranza è importantissima, anche perché l’errore rende più appagante la vittoria, nello skate come nella vita.
«Nello skate ogni trick sbagliato insegna di più di un trick chiuso. Lo skate è fatto al 90% di sbagli e cadute, questo fa sì che il 10% dei trick riusciti siano ancora più soddisfacenti».
Tuttavia, la lezione più importante dello skate secondo Giovanni è la libertà e la creatività di questo sport. Per l’assenza di istruzioni, le basi vengono interpretate da ognuno nella maniera che preferisce, affinando sempre di più il proprio stile e il metodo personale.
Per lui insegnare significa avere quella libertà che cerca di trasmettere ai ragazzi.
«L’obiettivo finale non é diventare dei campioni ed allenarsi per vincere gare, ma sviluppare una sana passione per questa disciplina».
La sua lezione inizia sempre con un riscaldamento e qualche giro dello skatepark: «Il riscaldamento è fondamentale per ogni sport, perché oltre ad evitare parecchi infortuni impari a conoscere il tuo corpo»; dopodiché inizia la lezione vera e propria, in cui cerca sempre di far imparare cose nuove ai suoi ragazzi, ma anche di perfezionare altri aspetti.
«Spesso sono io stesso che chiedo loro se c’è qualche trick che vorrebbero imparare. Ascolto sempre i ragazzi, anche più di quanto loro non ascoltino me: lo skate, anche se si fa in compagnia, è molto individuale e ognuno ha i suoi gusti e il suo stile; il mio compito è assecondarli e capire cosa vorrebbero fare per aiutarli a farlo al meglio».
Giovanni non vede i suoi allievi come tali, quanto piuttosto come amici che vogliono imparare da lui: «Gli lascio la libertà di scegliere cosa vorrebbero imparare, non voglio essere il classico insegnante noioso che impone le cose».
Alla domanda “Se un tuo allievo diventasse professionista, cosa speri che abbia imparato da te?” si sofferma un attimo a pensare, ma molto deciso mi risponde «Spererei che abbia imparato da me la libertà di questa disciplina, e che non è soltanto il successo del vincere delle gare».
Il filo conduttore di chi ama questa disciplina sembra essere questo: vincere è bello, ma non è tutto.
«Quando un professionista si limita all’allenamento per la competizione, l’amore e la passione per questa disciplina svaniscono in fretta e, di conseguenza, svanisce anche la motivazione di progredire, oltre al piacere di divertirsi».
Durante l’intervista ho notato la grande passione di Giovanni per lo skate, arrivando addirittura a dirmi che riguarda gran parte della sua vita.
«Credo di non riuscire ad immaginarmi dove sarei oggi se non avessi incontrato questa disciplina. Ormai ho passato più tempo sulla tavola che non».
Con il sorriso di chi sa che c’è sempre da imparare mi racconta delle famiglie dei suoi allievi, dicendo che non ha mai cambiato la percezione di una genitore su questo sport, dato che molti sono già dentro questo mondo.
«Ad oggi mi capita spesso di vedere genitori anche più appassionati di me, tanto da seguire loro stessi i figli nel loro progresso».
Per lui SIC rappresenta un ambiente sicuro e professionale, e insegnare in una realtà del genere significa avere quella libertà che cerca di trasmettere ai ragazzi.
L’obiettivo non è diventare campioni e allenarsi per vincere le gare, ma sviluppare una passione sana e genuina per lo skate, ma anche per la cultura attorno a questa disciplina.
«Spero che la cultura urbana nei prossimi anni continui ad espandersi e ad arrivare a più gente possibile, come già sta facendo negli ultimi anni».
Per ora a Pisa l’unica disciplina è lo skate, ma Giovanni confida nella costante ricerca di SIC di professionisti per i corsi di tutte le discipline.
Quando gli chiedo di completare la frase “Insegno skateboard, ma in realtà insegno…”, mi risponde con il mantra di ogni istruttore e amante dello skate che si rispetti: «Sbagliare e riprovare, e ad approcciare in modo sicuro una disciplina che spesso viene fraintesa e spaventa».
Terminata l’intervista, ci tiene a ringraziare vivamente il mondo di SIC, per l’opportunità di trasmettere e condividere la sua passione più grande.
Lo skate non è una disciplina semplice: si cade, ci si fa male, tante volte ci si arrabbia anche.
Tuttavia, chi ci sbatte la testa, chi si rialza, chi sceglie di non mollare, alla fine verrà ricompensato con la vera essenza di questo sport, e cioè la perseveranza.
Pietro Chiappa
Studente di Lingue Straniere Moderne
Università del Piemonte Orientale

