Mi chiamo Dinu Gunasekera e frequento il terzo anno di Scienze Economiche all’Università di Pavia.
Quando ho scelto di fare il tirocinio in Street is Culture, la cosa che mi ha colpito di più è stata la sua natura inclusiva. Ho aperto il sito e ho visto subito che non si trattava solo di sport, ma di qualcosa che andava oltre. Un’organizzazione che lavora con le persone, per le persone. E questa cosa, per me, ha fatto la differenza fin dall’inizio.
Non avevo grandi aspettative su cosa avrei fatto. Era la mia prima esperienza di questo tipo e non sapevo bene cosa aspettarmi. Però quello che ho trovato mi è piaciuto subito. Nel giro di poche settimane mi sono ritrovato ad avere tra le mani responsabilità vere, arrivando a toccare anche una parte dell’organo decisionale.
Mi sono trovato a stretto contatto con genitori e istruttori, con l’obiettivo di offrire un servizio concreto e di qualità. Ed è lì che ho capito che non stavo semplicemente facendo un tirocinio.
Stavo lavorando davvero.
Se dovessi descrivere Street is Culture con tre parole direi inclusiva, coesa e concreta. Inclusiva perché mette al centro le persone. Coesa perché il team lavora come un’unica unità. Concreta perché tutto quello che fai ha un impatto reale.
Le mie settimane non erano mai identiche, ma avevano tutte una cosa in comune: l’intensità. Si partiva la mattina con la gestione delle task dei giorni precedenti, cercando di risolvere i problemi aperti e portare avanti il lavoro. Poi iniziava la parte più operativa: contattare persone, organizzare attività, coordinare le comunicazioni. Nel pomeriggio si passava alla verifica, al controllo, all’assicurarsi che tutto funzionasse.
Era gestione pura.
Gran parte del mio lavoro si basava sulla comunicazione: con il mio team, con altri dipartimenti, con istruttori e genitori. Ho lavorato molto con Excel, gestendo database complessi legati ai corsi, agli istruttori e alle location, ma anche file di contabilità e preventivi.
Ma la vera differenza non è stata negli strumenti. È stata nel modo in cui ho imparato a usarli.
All’università studi modelli, ma in SIC capisci cosa significa applicarli. Ad esempio, organizzare un open day non è solo una questione logistica: richiede un’analisi geografica, ma anche economica, per valutare costi e benefici e prendere decisioni efficienti.
E poi ci sono le scadenze.
SIC è un ambiente molto intenso e questo ti obbliga a gestire il tempo nel modo migliore possibile. Devi imparare a dare priorità alle task, a essere efficiente, a capire cosa fare subito e cosa rimandare. È una palestra continua.
Il problem solving, poi, è parte della quotidianità.
Mi sono trovato ad affrontare situazioni completamente nuove. Come organizzare da zero una festa per una famiglia: scegliere la location, definire il numero di istruttori, strutturare l’attività, stabilire un prezzo. Oppure gestire un open day con un’affluenza inaspettata di quaranta persone, quando normalmente sono molte meno. In quel caso abbiamo dovuto riorganizzare tutto: dividere i gruppi, creare nuove fasce orarie, contattare altri istruttori, recuperare attrezzature.
Sono situazioni che non puoi simulare.
Le vivi e basta. E trovi una soluzione.
Il lavoro di squadra è stato fondamentale in tutto questo. Ho lavorato costantemente in team, spesso in chiamata con colleghi del Team Corsi o del Team Marketing. È stato proprio lì che ho capito come sfruttare le sinergie tra le persone, come valorizzare le competenze di ognuno e come costruire un risultato insieme.
In questo contesto ho sviluppato anche una maggiore leadership, imparando a prendermi responsabilità e a gestire situazioni complesse.
C’è stato un momento preciso in cui ho capito che SIC era qualcosa di più.
Durante un open day, quando per la prima volta ho visto dal vivo i genitori. Quei numeri salvati su WhatsApp, quei nomi che fino a quel momento erano solo contatti su uno schermo, sono diventati persone reali. Lì ho capito davvero che SIC è una realtà concreta.
E questo cambia tutto.
A livello umano, stare a contatto con genitori e istruttori mi ha insegnato l’importanza dell’empatia. Capire come porsi, come comunicare, come relazionarsi con le persone. Non è solo lavoro: è relazione.
Anche il mio modo di vedere la cultura urbana e il lavoro nel sociale è cambiato. Ora ho una visione molto più concreta, più vicina alla realtà. E proprio per questo riesco ad apprezzarla di più.
Un altro aspetto che mi ha colpito è stato il rapporto con gli istruttori. Parlando spesso con loro ho creato anche legami personali, arrivando a conoscerne alcuni dal vivo. Durante gli open day ho persino provato lo skate. È stato un modo per entrare davvero in quel mondo.
Se devo pensare a cosa ha fatto davvero la differenza in questa esperienza, penso all’impegno.
L’impegno che SIC mette in ogni singola cosa. L’attenzione ai dettagli. La cura delle persone. E questo è qualcosa che parte da Magid e che arriva a tutti.
Dopo questa esperienza mi sento sicuramente più pronto per il mondo del lavoro. Non so se il mio futuro sarà legato al sociale, ma so che le competenze che ho sviluppato qui (gestione del tempo, problem solving, lavoro di squadra) saranno fondamentali.
Se dovessi dire “prima di SIC ero e dopo SIC sono”, direi che oggi sono più sicuro, più consapevole. Questa esperienza mi ha fatto crescere, non solo professionalmente, ma anche come persona.
Consiglierei questo tirocinio a chiunque voglia mettersi in gioco davvero. A chi non cerca un’esperienza passiva, ma un contesto in cui imparare facendo.
Prima di concludere voglio ringraziare tutte le persone che hanno fatto parte di questo percorso.
Un grazie sincero a Magid, per la serietà, l’impegno e la passione che riesce a trasmettere ogni giorno. È da lì che nasce tutto.
Un grazie a tutti i ragazzi del Team Corsi: dai membri passati come Mariafrancesca e Salvatore, ai membri attuali con cui ho condiviso le giornate come Alessia e Biro (Adriano), fino ai nuovi ragazzi in formazione come Huiwen, Lara e Marta.
Un grazie anche al Team Marketing, Lamia, Cristian Colombo, Maksims, Sonia, e al Team Social, in particolare Christian Vaccani.
Un ringraziamento alle ragazze delle Risorse Umane, come Giulia Incoronato, per il supporto e l’organizzazione.
E un grazie speciale ad Asia, per avermi intervistato e accompagnato nel raccontare questa esperienza.
Street is Culture, per me, è stato questo: il momento in cui il lavoro smette di essere teoria e diventa realtà.
Dinu Gunasekera
Scienze Economiche, Università di Pavia

