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Ci sono storie che nascono quasi per caso. Una prova, un pomeriggio, un bambino che sale su una tavola per la prima volta. E poi, senza accorgersene, diventano qualcosa di molto più grande.

È quello che è successo a Milano, tra Bicocca e Quarto Oggiaro, grazie a Daniela, mamma di Lorenzo, un bambino di nove anni, e a una scelta semplice: provare.

Lorenzo ha sempre avuto bisogno di muoversi. Sport, gioco, energia. Quando Daniela scopre un open day di skateboard organizzato nel Municipio 9, decide di portarlo.

Senza troppe aspettative, solo per capire se gli sarebbe potuto piacere.

Da lì, qualcosa si accende: non è solo lo skate, ma l’ambiente.

«È bellissima, in generale, questa cultura dello stare in strada», racconta. «Questo incontrarsi, salutarsi, condividere».

All’inizio è una prova allo skatepark a Bicocca. Ma presto cresce un’esigenza concreta, quella che ogni genitore conosce bene: gli incastri, i tempi, le distanze.

E qui succede qualcosa che racconta perfettamente cosa significa davvero Street is Culture e il suo rapporto con le famiglie: nessuno si adatta al progetto, ma è quest’ultimo a muoversi verso le esigenze delle persone.

Da quella prima esperienza nasce un confronto, un dialogo. Daniela parla con altri genitori, si crea un piccolo gruppo, emerge un bisogno comune: portare quell’attività più vicino e renderla più accessibile.

E così, grazie a Magid, presidente di SIC, prende forma un nuovo corso a Quarto Oggiaro.

Un quartiere che non è solo una location, ma diventa anche un simbolo di Milano. Lo stesso quartiere in cui è cresciuto anche Daniel Morales, oggi istruttore, che nello skate ha trovato una direzione quando era ancora un ragazzo.

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Le sue parole, che ho avuto il piacere di ascoltare durante un’intervista, raccontano perseveranza, comunità, bisogno di rialzarsi ogni volta.

Ma qui, in questo skatepark, quelle parole diventano visibili, diventano esperienza.

Daniela lo vede ogni settimana.

«È molto bello il clima che si respira», racconta. «Ognuno ha i suoi spazi, ma ci si aiuta. I più piccoli guardano i grandi, li imitano, chiedono. È uno scambio continuo».

È la stessa comunità di cui parlava Daniel. Solo che qui non è più un racconto, è realtà.

I bambini osservano, provano, cadono, si rialzano.

I più grandi spiegano, condividono, insegnano.

Gli istruttori accompagnano, senza forzare, lasciando spazio ai tempi di ciascuno.

I genitori guardano e capiscono.

«Si rialzano sempre», dice Daniela. «E questa è una cosa bellissima. Superano la paura, il dolore, e ricominciano».

Non è solo uno sport: è un modo di crescere.

Il rapporto con l’istruttore, poi, fa la differenza. Daniel, che racconta lo skate come una scuola di vita, viene descritto con semplicità, ma in modo chiarissimo.

«È molto dolce, gentile, sempre sorridente. Li sprona, li incoraggia, ma lascia anche i loro tempi». Non impone, ma costruisce fiducia.

Ed è proprio questa fiducia che permette ai bambini di mettersi in gioco davvero.

C’è un momento, in particolare, che racconta tutto.

Durante una lezione, verso la fine, Daniel propone un esercizio nuovo. I bambini sono stanchi, distratti. Ma qualcosa cambia. Si concentrano, insistono, vogliono riuscirci.

«Non volevano andare via», racconta Daniela. «Erano lì, concentratissimi».

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È lì che capisci che non è più solo un corso, ma qualcosa che li prende davvero.

Forse il segnale più forte arriva fuori dalla lezione, quando Lorenzo chiede di tornare, quando sceglie lo skatepark invece della televisione, quando vuole stare all’aperto, incontrare altri ragazzi, vivere quello spazio.

Per un genitore, è tutto.

«Se sceglie di andare allo skatepark invece che stare a casa, per me è un grande risultato».

In un tempo in cui i ragazzi fanno sempre più fatica a uscire, a incontrarsi, a vivere la strada, esperienze come questa diventano fondamentali.

Non solo per i bambini, ma anche per le famiglie.

Perché intorno a quel corso nasce qualcosa di più ampio: una piccola comunità. Genitori che si conoscono, che condividono valori simili, che si ritrovano nello stesso modo di vedere l’educazione e la crescita.

«Si crea subito un bel feeling», dice Daniela. «Perché chi è lì parte già da una base comune».

Questo è uno degli aspetti più potenti di Street is Culture: non porta solo attività, ma crea connessioni, tra istruttori e ragazzi, le famiglie tra loro, tra territori che, altrimenti, resterebbero solo spazi.

E a volte basta davvero poco per innescare tutto questo. Una prova, una mamma curiosa, un bambino che sale su una tavola.

Da lì nasce un corso, uno spazio, un’opportunità.

Per questo, quando chiedo a Daniela cosa direbbe a un genitore indeciso, la risposta è semplice ma diretta: «È un modo bellissimo per farli stare in giro, conoscere persone, vivere la libertà. I nostri bambini ne hanno bisogno».

Street is Culture non è solo un’organizzazione che fa corsi. È una realtà che cresce insieme alle persone che la vivono, alle famiglie che scelgono di fidarsi, agli istruttori che portano la loro storia, ai ragazzi che, giorno dopo giorno, imparano a rialzarsi.

E a volte, questo inizia da una scelta piccola, ma capace di cambiare tutto.

 

Asia Maria Preziuso

Studentessa di Lettere – curriculum Moda, Arte, Design e Cultura Visiva

Università degli Studi di Bergamo

Link articolo Daniel Morales: https://streetisculture.com/daniel-morales-mai-fermarsi-mai-mollare/