C’è qualcosa di speciale nel guardare tuo figlio superare le proprie paure. Qualcosa di ancora più speciale è farlo insieme a lui, con lo stesso skateboard sotto i piedi e lo stesso terrore di cadere sull’asfalto.
Erika e Angelo sono due genitori di Genova. Suo figlio Samuele ha dieci anni, uno spirito street dentro l’anima, e da due anni skatea con l’associazione SIC.
Ma quello che è successo in questi due anni va oltre il semplice avvicinamento di un bambino a uno sport: è successo che anche Erika ha preso lo skateboard. E suo marito Angelo pure.
Quando hanno cominciato a cercare corsi di skateboard a Genova, hanno trovato quasi il deserto. Nessuna realtà attiva, nessuna associazione strutturata. Poi sono arrivati a SIC.
«L’associazione si è attivata subito», racconta Erika. «A Genova non c’era nulla, ma si sono mossi per costruire qualcosa. Noi abbiamo fatto la nostra parte cercando altri bambini interessati, loro hanno fatto la loro con la pubblicità e trovando l’istruttore giusto. In poco tempo avevamo due corsi: il sabato mattina e il sabato pomeriggio.»
Così è nata una scena dove prima non esisteva niente: dalla voglia di fare. La storia classica della cultura di strada: se lo spazio non c’è, te lo crei.
Ogni scena ha bisogno di qualcuno che la tenga insieme. A Genova, quella persona è Gianluca.
«Non è solo tecnicamente bravo», dice Erika. «Ha una capacità di relazionarsi con i bambini che lo rende speciale. Sa motivarli, sa correggere gli errori senza mortificarli. Li segue con attenzione — e lo skateboard è un’attività bellissima, ma cadere è all’ordine del giorno — però li segue anche con capacità emotiva genuina.»
È esattamente il tipo di istruttore che una scena sana produce: qualcuno che non insegna solo trick, ma insegna a stare con le proprie paure, a riprovare, a credere che ce la si può fare. E lo stesso vale per gli adulti del gruppo, che hanno dai 35 ai quasi sessant’anni. «Nessuno forza nessuno. Tutti vengono accompagnati al miglioramento nella consapevolezza che siamo adulti e non si possono pretendere cose che forse un adulto non può fare, o ha bisogno di tempo per fare.»
Salire su una tavola a 35 anni
C’è un momento nella storia di Erika che dice tutto. La sua prima lezione. «Ho sudato come se avessi scalato l’Everest. Era solo questione di salire sullo skateboard e mantenere l’equilibrio muovendomi in linea retta, ma è stata mentalmente faticosissima. Sentivo tutta la tensione sul corpo, ero consapevole di essere tesa. Ho finito quell’ora come se avessi fatto un’attività intensa — cosa che non era, in realtà.»
Due secondi sulla tavola, poi giù sull’asfalto. L’asfalto fa male, questo Erika lo sa bene. Ma sa anche che ci sono le protezioni, e che ci si rialza.
«Quello che mi ha insegnato lo skate è che c’è sempre la possibilità di superarsi, anche in cose che tutti considererebbero impossibili per una persona della tua età. Non bisogna mai mettere un freno alle possibilità. Basta approcciarle nel modo giusto.»
Lo skateboard come metafora di vita. Chi skatea lo sa già.
La cosa più bella della storia di Erika e Angelo non è l’età a cui hanno cominciato. È che questo sport ha trasformato il modo in cui la sua famiglia condivide il tempo.
Samuele fa il corso un’ora prima dei genitori. Poi, mentre Erika e Angelo si allenano, lui continua per conto suo. E quando gli impegni lo permettono, escono tutti e tre insieme, per gli affari loro, sulle stesse tavole.
«È diverso fare una cosa insieme come questa rispetto ad andare a vedere tuo figlio e fare il tifo. Unisce molto di più.»
Tra Samuele e Angelo si è creata una rivalità bonaria, il tipo di competizione che tiene vivi i rapporti. Il figlio fa cose che il padre ancora non sa fare, Angelo ci riprova, Samuele lo sfida, e avanti così. Lo skateboard ha questo: non smette mai di darti qualcosa verso cui tendere.
L’unica nota amara di questa storia riguarda gli spazi. Genova è una città piovosa, e allenarsi all’aperto significa fare i conti con settimane intere di lezioni annullate o spostate.
«Sentiamo la mancanza di spazi al coperto. Quello che avevamo prima era uno skate park vero, che adesso stanno ristrutturando. Speriamo torni. Il limite più grande non è la voglia di skate, è non avere dove farlo quando piove.»
Una città che vuole una scena ha bisogno di infrastruttura: serve volontà, e Genova, stando a quello che racconta Erika, ha dimostrato di averla: basta ricordare come è nata questa realtà dal niente.
Alla fine, Erika ringrazia chi all’inizio si è mosso per costruire qualcosa a Genova; ringrazia Gianluca, l’istruttore e anche gli altri genitori e i bambini, perché un ambiente sano non lo crea una persona sola: lo crea una comunità.
Street is Culture è esattamente questo: la storia di una famiglia che ha trovato nello skateboard un linguaggio comune, una scena costruita dal basso, e la prova che non è mai troppo tardi per salire su una tavola.
Anche se poi si cade subito.
Pietro Chiappa
Studente di Lingue Straniere Moderne
Università del Piemonte Orientale



