Se pensate che lo skateboard sia solo un mucchio di ragazzini che fanno casino per strada, preparatevi a cambiare idea. Oggi facciamo un salto indietro nel tempo (e poi dritti nel futuro) con chi la tavola ce l’ha letteralmente incollata ai piedi dal 1993.

Tra ginocchia che scricchiolano, dieci anni di pugilato alle spalle e una vocazione naturale per l’insegnamento, ecco la storia di Francesco che oggi trasmette la sua passione ai più giovani.

Ciao Francesco. Torniamo indietro nel tempo. Anno 1993, premi “Play” sul videoregistratore e scatta la scintilla. Qual è il tuo primo ricordo sullo skate? 

«Nessun dubbio: la mia prima tavola è stata una mitica Santa Cruz Roskopp. Non c’è stato un singolo episodio o un “click” improvviso, è stata una passione che mi ha travolto fin dal primo istante. Ero gasatissimo dai film cult dell’epoca come Corsa al massacro o California Skate, e consumavo letteralmente i primi VHS dei documentari della Powell. Da quel momento non mi sono più fermato, ho spinto forte fino al 2013, quando menischi e crociati mi hanno presentato il conto!»

Lo skate è cadere e rialzarsi. Qual è stata la tua sfida più grande quando imparavi e come ti aiuta oggi che stai dall’altra parte, nei panni dell’istruttore?

 «La sfida più grande, alla fine, è sempre la stessa: gestire la paura. Quando sai di avere un certo livello, la tua mente ti spinge a superare l’ostacolo. È una battaglia mentale. Oggi, l’approccio con i bambini mi viene naturale. Rompere il ghiaccio con loro non mi pesa affatto, anzi, è una cosa che mi è sempre piaciuta e mi viene spontanea. Il feedback che ricevo da loro è sempre positivo.»

Si dice che lo skate sia pura libertà, ma per chiudere i trick serve un sacco di costanza. Come fai a far divertire i ragazzi senza fargli perdere il focus? 

«Qui entra in gioco il mio background. Sono un educatore sportivo e ho alle spalle dieci anni di pugilato. Dal ring ho imparato la disciplina, l’educazione e il rispetto per gli altri. Senza disciplina non impari nulla, è la base di tutto. Ai miei ragazzi insegno prima di tutto il rispetto, è l’unico modo per trovare l’equilibrio tra il divertimento e l’allenamento vero e proprio.»

Lavorando con Street is Culture incontri tanti ragazzi diversi. Qual è la lezione più inaspettata che i tuoi allievi hanno dato a te? 

«I ragazzi mi hanno insegnato una cosa fondamentale: l’importanza di saper ascoltare e di rispettare i loro tempi. Ho imparato a capire quando è il momento di farli parlare e quando invece è il momento di intervenire. Ognuno ha il suo carattere e richiede un approccio diverso, ma devo dire che, seguendo questa regola, non ho mai avuto grossi problemi con nessuno.»

E i genitori? Lo skate a volte si porta dietro dei pregiudizi. Come reagiscono le mamme e i papà quando vi vedono in azione? 

«Questa è la cosa più bella! In questi cinque anni di insegnamento ho notato che i genitori si “prendono bene” tanto quanto, se non più, dei bambini stessi! Spesso, già dopo la prima ora di lezione, li vedi super coinvolti. Vedono il loro figlio che torna stanco, sudato, ma con un sorriso enorme stampato in faccia, e non vedono l’ora di riportarlo.»

Oggi tra TikTok e Instagram i ragazzi vedono trick assurdi chiusi in 15 secondi. È cambiato il modo di vivere la “skate culture”? E come vedi il futuro di questo sport in Italia?

 «Assolutamente sì. Tra l’ingresso dello skate alle Olimpiadi e l’esplosione dei social, il livello si è alzato in modo impressionante rispetto a quando ho iniziato io. Il futuro? Spero che si diffonda sempre di più. È uno sport che piace da impazzire ai ragazzi e, come ti dicevo, unisce tantissimo anche le famiglie.»

Ultima domanda: cosa c’è nel tuo futuro sulla tavola? C’è un trick che ti toglie ancora il sonno? 

«Diciamo che dal 2013 mi sono dato una calmata! I miei trick li ho chiusi e di schiaffi per terra ne ho presi abbastanza. Certo, vado ancora in skate, faccio snowboard e wakeskate, potrei anche chiudere altra roba, ma ci vado cauto. Il motivo è semplice: se mi faccio male, non posso più insegnare. E se non posso insegnare ai miei ragazzi… beh, lì mi arrabbio sul serio!»