Achille Fronteddu ha 18 anni e viene da un piccolo paesino sulle colline lucchesi.
Ho notato subito il suo carattere solare e la sua disponibilità a raccontarsi e a parlare della sua vita come skater, che inizia grazie ai suoi amici, ma anche alla famiglia: alle medie infatti un suo amico più grande lo introduce al mondo dello skate, ma sarà il fratello maggiore a regalargli la sua prima tavola “tutta scassata”, con cui si approccerà davvero a questo mondo.
Il suo viaggio non inizia allo skatepark, ma in un campetto abbandonato, dove ha iniziato a fare i primi trick e a superare le proprie paure.
«Allo skatepark nessuno ti giudica, non c’è competizione, e quando l’ho capito ho iniziato ad appassionarmi davvero non solo allo skate in sé, ma anche a tutta cultura che c’è dietro», dice Achille, anche se non è sempre stato così per lui: «Le prime volte», racconta, «Provare a metterti nella mischia con persone che ti sembrano professionisti è difficile, poi però continuando ad andare lì ho capito che quella pressione è un fattore mentale, e che si riesce a fare amicizia con persone di tutte le età».
Per Achille lo skate è una vera e propria forma d’arte, e sin da subito ha capito che è più di uno sport, che quando entri veramente all’interno di questa cultura e vai sotto la superficie capisci che la competizione non è l’espressione più grande di questa disciplina, quanto piuttosto la fratellanza che si crea tra persone con la stessa passione.
«La competizione allontana dai valori di questo sport», mi dice un po’ rassegnato. Parlandomi delle olimpiadi, a cui di recente è stata aggiunta questa disciplina, mi rivela che un campione non viene giudicato solo per il trick che fa, non per il modo in cui lo realizza. Secondo lui invece, la vera essenza dello skate è il lato visivo e artistico: «non trovo giusto che un trick semplice, fatto però in modo unico e con una leggerezza estrema, con qualcosa che non vedi mai fare, valga come un trick fatto senza rischiare, solo per vincere il contest».
Negli skatepark e nei contest ha spesso visto una competitività eccessiva, e questo, per Achille, non è veramente lo skate.
Quando mi parla delle prime gare, agli inizi degli anni 2000, gli si illuminano gli occhi e capisco che ciò a cui ambisce e quello in cui crede sta tutto lì: nel divertimento e nel vincere provando a fare qualcosa di particolare, nuovo.
«È una cosa che ho imparato, che è molto bella e si può applicare anche in altre cose. Non mi fa schifo la competitività, però nel mondo dello skate la detesto se diventa una cosa tossica e insopportabile, che leva il bello dello skate», un mondo in cui, a detta di Achille «Non ci sono vere e proprie regole, ognuno è libero di fare ciò che vuole nel rispetto reciproco».
Ed è proprio il rispetto uno dei fondamenti del suo insegnamento. Il suo obiettivo è mostrare la sua passione e comunicarla nel modo giusto, trasmettendola ai bambini facendoli anche divertire.
«Ogni persona è diversa, cerco sempre di fargli fare quello per cui sono più orientati. Di solito chiedo cosa gli piace di più dello skate a livello visivo e cerco di portarli sulla strada giusta per poter fare al meglio quello che gli piace di più».
Mi ha lasciato piacevolmente sorpreso anche il suo approccio al rispetto del luogo, in questo caso lo skate park, dove Achille si sente veramente a casa: «La cosa più importante è come ci si comporta in uno skatepark, perché è di tutti. È importante imparare a rispettare i turni; se più di una persona usa la struttura bisogna alternarsi, piccolezze che oggi mancano».
A detta sua, si reputa fiero di essere «Un istruttore che skata davvero, che parla direttamente ai bambini; a differenza di altri istruttori che spiegano guardando i video su YouTube, oppure fanno fare ai bambini esercizi senza senso e, soprattutto, non fanno rispettare lo skatepark».
Come esempio mi racconta dello skate park di Lucca, che è molto piccolo, ma dove si riesce a stare tranquillamente se ci si alterna, tuttavia c’è a chi non interessa e decide comunque di comportarsi come vuole: «Facendo così i bambini ti vedono e imparano da come ti comporti, quindi se vedono l’istruttore fare così, loro agiranno di conseguenza».
Abbiamo parlato un po’ dei suoi progetti attuali e futuri, e di certo le prospettive o gli obiettivi non gli mancano. Ha frequentato il liceo artistico fino al quarto anno, per poi diventare istruttore di skateboard e collaboratore fotografico assieme ad un amico conosciuto facendo skate.
Tra i suoi però, uno su tutti ha colto la mia curiosità, ovvero realizzare un brand legato al mondo dello skate. Nonostante sia ancora nelle fasi iniziali, ha già in mente il tipo di prodotto che vorrebbe realizzare, e le idee per arrivarci ci sono eccome.
Il suo è un approccio legato alla sostenibilità: «Mi interessano di più i materiali, provare e sperimentarne di nuovi. Non mi piace la roba in poliestere perché se ci pensi è plastica: già la vita è fatta di plastica, se poi devo indossarla è ancora peggio». Tra i suoi obiettivi c’è anche la sostenibilità dei costi: il suo obiettivo è creare un prodotto di qualità al giusto prezzo, senza fare la fine delle aziende che fanno pagare solo il marchio.
«Dove sarei senza lo skate? Bella domanda». Il suo approccio alla vita ha come base questa disciplina: gli ha fatto aprire gli occhi, valutare tutto ciò che vede anche da un punto di vista artistico, ma lo ha anche aiutato a superare dei momenti difficili.
«Ci sono stati diversi momenti difficili della mia vita dove ero un po’ triste per alcune cose successe in famiglia, lo skate mi ha aiutato con la spensieratezza, con il suo senso di libertà, mi faceva quasi dimenticare quello che poteva succedere in famiglia. Con gli amici, e lo skate, stavo molto meglio, mi distraeva».
Anche per la cultura urbana Achille ha le idee chiare: «Maggiore libertà e possibilità di stare con gente della propria età per divertirsi in maniera sicura, cosa che qui a Lucca, per esempio, manca»
Quando gli chiedo di completare la frase “Insegno skateboard, ma in realtà insegno…”, con molta sicurezza mi dice «Insegno a vedere il mondo con occhi diversi. Questo si nota parecchio già dai primi mesi, anche camminando per strada, vedi un muretto e dici “Oh, lì ci farei un trick”, oppure lì il mio skater preferito ci farebbe quello. Quindi si insegna anche a vedere il mondo con occhi diversi, anche in modo artistico».
Conclusa l’intervista, Achille sente di dover ringraziare il mondo dello skate in generale, ma anche suo fratello, che è la ragione per cui ha cominciato, e tutti i professionisti che promuovono quello che per lui è davvero la disciplina.
Decide anche di raccontarmi della sorpresa che suo fratello gli ha fatto per il compleanno: «Finita la festa, mio fratello si avvicina col telefono, mi dice “C’è una persona che ti vorrebbe fare gli auguri”, ed era il mio skater preferito. Quel video lì non me lo dimenticherò mai, è il regalo più bello che ho mai ricevuto».
Lo skateboard non è solo uno sport, è anche rispetto degli altri e del proprio ambiente; è collaborazione, inventiva, ma anche trovare una direzione, un obiettivo concreto. Achille rappresenta il bello di questo sport, e ha tutte le carte in regola per poter continuare sulla giusta strada.
Pietro Chiappa
Studente di Lingue Straniere Moderne
Università del Piemonte Orientale
