Andrea Barrueto Espinoza ha 29 anni, è nato in Italia ma cresciuto in Spagna. È tornato cinque anni fa, portandosi dietro un accento leggero, un passato pieno di movimento e una tavola che non ha mai smesso di seguirlo.
Quando parla della sua infanzia la racconta come un tempo segnato da sport diversi, amici, curiosità ed energia. È stato un ragazzo vivace, dice. Lo skate arriva a dodici anni, quasi in punta di piedi. Prima lo osserva dai ragazzi più grandi che girano sotto casa, poi c’è uno zio, Edgardo, che vive a San Francisco e che gli regala la prima tavola. «Da lì è cominciata la passione», racconta. Non lo dice con enfasi, ma con quella semplicità tipica di chi sa che certe cose non si spiegano troppo: si vivono.
Da quel momento non l’ha più abbandonato: «Lo skate è sempre stata la mia via, di sfogo e di libertà, mi ha sempre aiutato a mandare avanti gli obiettivi che avevo nella mia vita».
Lo skate, per Andrea, non è mai stato solo uno sport: «una delle cose che mi ha dato è una specie di fratellanza», spiega, «non è uno sport comune, come il calcio o il basket. Nello skate si crea un legame diverso». Non usa la parola “competizione”. Non parla di podi. Parla di gruppo.
Perché nello skate, dice, succede qualcosa di diverso rispetto agli sport più convenzionali: chi lo fa diventa subito parte di una comunità. Non è solo una disciplina, è un linguaggio condiviso.
Ed è proprio questa “fratellanza” ad aver formato l’uomo che è oggi. Un gruppo di persone che diventano amici solo per il fatto di condividere la stessa tavola, lo stesso marciapiede, le stesse cadute.
E di cadute, nello skate, ce ne sono tante.
«Su dieci volte che provi a fare un trick, te ne esce solo uno. Però quell’uno è così bello e così importante, perché vuol dire che hai superato un traguardo», Andrea sorride mentre lo dice. È lì che si capisce quale sia la parola che più lo rappresenta: pazienza. Non la pazienza passiva, ma quella attiva, fatta di errori e tentativi. La pazienza di cadere, riprovare e rialzarsi sempre.
Quando insegna, è questo che prova a trasmettere ai ragazzi. Non solo come salire su una tavola o affrontare una rampa, ma come affrontare la frustrazione. Dice che quello che succede sullo skate succede anche nella vita.
«Da un errore si impara», ripete. E aggiunge una frase che sembra semplice ma non lo è: «Se hai le mani in tasca non risolverai niente. Devi muoverti, provare, fare cose. Così impari».
Lo skate diventa metafora concreta: piccole paure superate una alla volta.
Andrea non costruisce la propria credibilità sulla spettacolarità dei trick. «C’è gente molto più brava di me», ammette con disarmante naturalezza. La fiducia delle famiglie la costruisce altrove. Nel modo in cui guarda i bambini, nel modo in cui li ascolta.
È cresciuto in una famiglia numerosa, il più grande di tredici cugini. Ha imparato presto a giocare con bambini di tutte le età, a capirne i tempi, le energie, le fragilità. «Cerco di trasmettere ai genitori che per me i bambini sono come piccoli fratelli». Non è una frase preparata: è qualcosa che gli viene naturale.
Le sue lezioni iniziano sempre con il riscaldamento. Articolazioni, muscoli, equilibrio. Anche le braccia, che molti sottovalutano, «sono importantissime perché aiutano tanto con l’equilibrio». Poi arrivano gli esercizi base, i coni, le rampe, i circuiti. Ma a un certo punto lascia spazio alla scelta. «Gli chiedo: cosa volete fare? Perché non sono a scuola. Sono qui per imparare e divertirsi».
È un’armonia delicata, quella tra disciplina e libertà. Andrea la gestisce con fermezza garbata. Racconta di bambini molto vivaci, di momenti in cui serve essere un po’ severi. «Però in modi gentili», precisa. E quando i genitori gli dicono che il figlio ha provato tanti sport ma solo con lo skate si è sentito davvero a casa, Andrea sorride. Non per orgoglio. Perché sente di aver fatto la cosa giusta.
Con Street is Culture, Andrea sente di far parte di qualcosa di più grande. Un progetto che dà spazio a discipline che spesso non vengono considerate, che offre un’alternativa a chi non si riconosce negli sport tradizionali. «Invita a superare le sfide», dice. Piccole sfide quotidiane, che insegnano ai ragazzi a misurarsi con se stessi prima ancora che con gli altri.
Il suo sogno è semplice e concreto: più strutture, più skatepark curati, soprattutto in Liguria. Spazi belli, stimolanti, che riescano ad attirare i ragazzi, mostrando che anche questi sport sono riconosciuti.
Se lo skate non fosse mai entrato nella sua vita? Forse sarebbe rimasto in Spagna. Forse avrebbe fatto il meccanico di aerei, il percorso che aveva iniziato a studiare. «Ma non è mai stata la mia passione».
Lo skate, invece, è rimasto sempre lì, anche mentre la vita prendeva altre direzioni. «Senza lo skate di sicuro non avrei conosciuto persone, luoghi ed esperienze che mi hanno fatto veramente crescere nella vita. Mi hanno aperto un mondo di possibilità».
Oggi lavora come rappresentante per una pasticceria in provincia di Savona, a Ceriale, ma la tavola continua ad accompagnarlo, è una parte irrinunciabile della sua identità.
Quando gli chiedo di completare la frase “Insegno skateboard, ma in realtà insegno…”, si prende un attimo. «Insegno ad avere pazienza». È una risposta che racchiude tutto. Le cadute, le attese, le risate, le ginocchia sbucciate, i genitori che osservano da bordo campo, i bambini che tornano la settimana dopo con più coraggio.
Prima di salutarci, Andrea tiene a dire una cosa su Magid, presidente di SIC. Lo conosce da anni, anche se non sono riusciti a vedersi spesso di persona. Parla di lui con rispetto e racconta che è stato sempre attento, presente, capace di creare occasioni. «Mi ha dato tante possibilità», dice. «Se non fosse stato per questa opportunità di insegnare, non so se avrei continuato».
E forse è proprio questo il punto: a volte basta una possibilità per trasformare una passione in direzione.
Street is Culture non è solo il contesto in cui tutto questo accade. È il motivo per cui accade. Non per quello che promette, ma per quello che succede davvero, settimana dopo settimana.
Perché mette insieme persone, storie e discipline che spesso restano ai margini e le trasforma in occasioni reali di crescita. Discipline come lo skate non sono viste come qualcosa di “strano”, ma come strumenti educativi, relazionali, umani. Qui non si diventa campioni, ma si diventa più sicuri, più pazienti, più liberi.
SIC offre spazi dove istruttori come Andrea possono insegnare valori importanti, dove i bambini possono sbagliare senza paura e le famiglie possono fidarsi.
In un mondo che chiede sempre di essere perfetti, Street is Culture sceglie un’altra strada.
Asia Maria Preziuso
Studentessa di Lettere – curriculum Moda, Arte, Design e Cultura Visiva
Università degli Studi di Bergamo
