Jacopo Crulli ha 22 anni. Vive sull’Appennino, in un piccolo paese ai piedi della montagna, tra Umbria e Toscana. È qui che lavora come pastore – capre, non pecore – sottolinea, ed è qui che ha costruito la sua vita tra libertà e consapevolezza. Un mondo fatto di natura, silenzi e fatica quotidiana, il suo. In tutto questo lo skate si inserisce come personale disciplina spirituale.
Ha frequentato il liceo artistico. Per lui, la scuola è sempre stata soprattutto socialità. Quando tutto si è fermato per via del Covid, Jacopo ha semplicemente continuato sulla strada che già sentiva sua. «Ho sempre saputo che sarei dovuto restare a contatto con la natura», racconta. In effetti, Jacopo non ha mai vissuto altrove. La sua montagna non è una scelta romantica, ma una radice; l’agricoltura, il lavoro con gli animali, i ritmi lenti e concretezza: è, forse, questa calma interiore che gli permette di affrontare l’insegnamento in un modo molto personale.
La passione per lo skate nasce quasi per caso. Alle superiori un compagno di classe –californiano – che lo porta a skateare. Un incontro semplice, senza fronzoli. Da lì, però, qualcosa scatta: Jacopo inizia da autodidatta, poi arrivano i pomeriggi allo skatepark con i ragazzi più grandi, l’imparare insieme, osservandosi e provando.
Il percorso da skater a istruttore incomincia quasi per caso, come spesso succede nelle storie giuste. Jacopo si abilita come istruttore e, quando la proposta di Street is Culture arriva nella piccola associazione locale della zona, Jacopo accetta senza pensarci due volte e da lì inizia l’esperienza come insegnante. Incontra Magid, entra in contatto con realtà nuove e con persone molto diverse tra loro. Oggi insegna a bambini e adulti.
Gli abbiamo chiesto se rapportarsi con i bambini fosse in qualche modo più impegnativo. «Tutto il contrario: i bambini sono senza filtri. Basta che lo sia anche tu», racconta e ringrazia SIC per avergli dato l’opportunità di scoprirlo. Essere autentici non sempre è facile, eppure, a lui viene naturale. «Mi trovo bene con tutti però relazionarmi con bambini e anziani mi mette completamente a mio agio.»
Ce lo dice con leggera malinconia: lo skate non lo pratica tutti i giorni. Gestire il tempo tra lavoro, vita privata e passione non è semplice. Il lavoro da pastore è, in un certo senso, totalizzante. Ma lo skate resta una sua priorità emotiva, qualcosa per cui si ritaglia il tempo perché ci tiene davvero. Sta persino costruendo un piccolo spazio al lavoro, per skateare nelle pause.
Per Jacopo lo skate è una comunità dove si cresce insieme, si cade insieme, si ride insieme. I game, le “gare”, sono solo un pretesto per stare insieme e divertirsi.
Una didattica all’insegna della pazienza, dell’ascolto, del rispetto dei tempi di ognuno. Nessuna maschera, nessuna rigidità. Solo presenza e autenticità. Affidarsi a Jacopo come insegnante significa affidarsi a qualcuno che vive davvero ciò che insegna. Uno che conosce la fatica, la costanza, la libertà. Uno che sa che cadere fa parte del percorso – sullo skate, come nella vita.
Ed è, forse, proprio per questo che quando Jacopo parla di skate, non sembra mai solo uno sport ma un modo sincero di stare al mondo.
Francesca Emilia Bordeianu,
Dottoressa in Lingue e Letterature moderne
