Andrea de Riccardis viene da Cantù. È cresciuto principalmente giocando ai videogiochi in casa, ma nonostante ciò ha sempre avuto familiarità con il mondo del parkour grazie anche ai film.
Il suo primo ricordo legato al parkour risale al periodo della pandemia da Covid del 2020, quando lo riscopre come vero e proprio sport grazie ai video e i vlog degli “Storror”, un gruppo famoso su YouTube.
«In un periodo dove il computer sembrava essere l’unico modo per svagarsi, il parkour ha rappresentato per me la massima sensazione di libertà» mi dice Andrea.
«I primi giorni di pratica ero limitato dai muri del mio terrazzo e il primo muretto sul quale ho imparato ad arrampicarmi era quello di casa mia». Nonostante la limitazione però, Andrea afferma che il panorama che lo accoglieva dopo aver superato se stesso era sufficiente per farlo sentire vivo.
«La cosa più importante che mi ha insegnato il parkour? Il fatto che i limiti sono esclusivamente mentali». Ciò ha dimostrato ad Andrea che se si cerca dentro noi stessi invece che fuori è facile superare questi ostacoli. Limiti come la paura, la forza fisica e la conoscenza tecnica diventano alla portata di chiunque quando si agisce coscienti di chi siamo e di quello che vogliamo fare.
Andrea però mi racconta anche l’altra faccia della medaglia, ovvero i momenti complicati in cui è difficile andare avanti: «Direi di aver passato dei momenti difficili negli anni di pratica di questo sport e sicuramente molti sono stati alleviati dal benessere fisico e mentale che porta fare un’attività fisica. Molte volte ho fatto fatica ad amare il mio stesso hobby, sono addirittura arrivato al punto di dubitare se continuare e per un periodo ho messo in secondo piano questo aspetto della mia vita».
Nella sua famiglia non hanno sempre accettato la sua “fame per il rischio”, ma con il tempo sono riusciti ad accettare la sua passione, così come lui è diventato consapevole della loro preoccupazione.
«Negli sport, come in generale, il progresso non è lineare» dice Andrea; è necessario quindi scendere a patti con questa realtà, cosa che può essere sia una maledizione, per chi si allena solo per migliorare, ma anche una benedizione, per chi invece lo fa per il gusto di divertirsi. È questo che Andrea cerca di coltivare durante le lezioni: trasmettere la gioia di questo sport nella sua forma più pura.
Le sue lezioni non sono ben strutturate: non vuole imporre una programmazione, quanto piuttosto valorizzare il pensiero impulsivo dei bambini, cercando di insegnare subito a perseguire le cose che vorrebbero fare: «Può sembrare un approccio poco professionale ma d’altra parte i miei studenti non cercano quello».
«Avendo un gruppo di bimbi molto piccoli posso spiegare poco a livello di tecniche, ma posso concentrarmi proprio sul loro punto forte: divertirsi muovendosi. Tutti bambini col tempo smettono di giocare con il loro corpo e iniziano a giocare con dispositivi elettronici, che non potranno mai sostituire le sensazioni che si provano girandosi a mezz’aria in un salto».
Nella sua esperienza Andrea ha potuto notare che le maggiori paure ed insicurezze in certi esercizi derivano dalla “teoria senza la pratica”, ovvero immaginare l’esecuzione mentale senza però il supporto della pratica. «Un salto diventa più facile a furia di farlo, ma diventa più difficile se si procrastina il tentativo e si rimane nel limbo mentale di simulazione». Anche Andrea ammette di aver fatto fatica ad affrontare questa problematica, motivo per cui ha deciso di scegliere questo approccio improvvisato.
Oltre ad insegnare parkour, Andrea lavora part-time. Il suo sogno però sarebbe lasciare questo lavoro per poter allenare a tempo pieno.
La sua passione per il movimento non si limita solo al parkour, Andrea infatti dice di essere appassionato al mondo dello sport in generale: «Penso che se non avessi proseguito con il parkour avrei ripreso con il basket o continuato con il powerlifting».
Il suo desiderio per gli sport di strada nei prossimi anni è concreto e genuino: «Mi piacerebbe se nei prossimi anni si estinguesse la discriminazione per quegli sport di strada e per i praticanti che spesso e volentieri, purtroppo, non hanno un altro posto dove allenarsi. È sinceramente fastidioso venire cacciati da un luogo pubblico per aver fatto qualcosa che il 90% degli spettatori semplicemente non conosce».
Inoltre, spera che gli sport urbani possano ricevere il riconoscimento che si meritano, soprattutto perché, a detta sua, «Sono tra i meno costosi da praticare anche a lungo termine».
Ciò che vuole lasciare Andrea non è solo un’esperienza, ma un’eredità, dei ricordi per far sì che i suoi allievi possano divulgare a loro volta gli insegnamenti che arrivano dalle cadute, ma anche dai primi atterraggi fatti bene.
«Per me è abbastanza che si ricordino che cos’è il parkour tra 10 anni».
La frase che mi ha impressionato di più, seppur molto semplice, penso racchiuda la semplicità con cui Andrea vive il parkour: «Si potrebbe dire che insegno parkour, ma in realtà insegno ad esplorare». Perché alla fine, se ci si pensa, il fulcro degli sport di strada è esattamente questo: uscire, sperimentare, conoscere e conoscersi, in altre parole esplorare.
Terminata l’intervista Andrea ci tiene a ringraziare SIC per avergli concesso questa opportunità, di cui si ritiene molto grato.
Pietro Chiappa
Studente di Lingue Straniere Moderne
Università del Piemonte Orientale

