Ci sono momenti in cui una scelta non si percepisce davvero come una scelta, ma come qualcosa che era già lì, in attesa soltanto dell’occasione giusta per emergere.
Per Manuela e suo figlio Daniel, dieci anni, pieno di energia e con una naturale voglia di muoversi, tutto inizia in modo quasi banale: una locandina vista su Facebook. Un’informazione tra tante, che però in qualche modo si ferma, resta, e apre una possibilità.
Ad Andora, dove fino a quel momento il parkour non era mai stato proposto come attività strutturata, quell’occasione assume subito un peso diverso. Non è semplicemente un corso nuovo: è uno spazio che prima non c’era.
Manuela lo capisce subito, senza bisogno di pensarci troppo.
«Da sempre ho pensato che il suo sport potesse essere il parkour. Quando si è presentata l’occasione non ho esitato».
Non c’è attesa, non c’è indecisione. Solo la sensazione chiara che valga la pena provare.
Quando Daniel entra per la prima volta in quell’ambiente, tutto sembra trovare una sua naturale direzione. Per lui non è solo curiosità, ma una forma di riconoscimento immediato: il corpo che inizia a capire cosa può fare, il movimento che diventa gioco, e poi sfida, e poi scoperta.
«Mio figlio era curioso ed entusiasta di provare il parkour. Io ero molto contenta nel vedere la sua felicità».
Quello che però colpisce Manuela non è tanto l’inizio, quanto quello che accade dopo. Perché l’entusiasmo non si esaurisce nella novità, ma si rinnova, si ripete, si stabilizza nel tempo.
«Quando partecipa alle lezioni è felice e attivo».
Ed è lì che il parkour smette di essere semplicemente uno sport. Diventa un modo di stare nel mondo, di muoversi nello spazio, di imparare a conoscere il proprio corpo senza paura di cadere o di riprovare.
In questo percorso, la dimensione del gruppo è fondamentale. I bambini non si limitano a svolgere un’attività: condividono, osservano, si confrontano. Stanno insieme in uno spazio aperto, fisico, reale.
«Sono momenti di condivisione e socializzazione, oltre che di attività. È importante per i bambini stare all’aria aperta e socializzare con altri coetanei».
In un periodo in cui tutto tende a passare attraverso schermi e dispositivi, esperienze di questo tipo riportano il corpo al centro, e con lui anche le relazioni.
Ma ogni contesto educativo prende forma davvero attraverso le persone che lo abitano. Nel caso di Daniel, questa presenza ha il volto dell’istruttore Matteo.
Manuela lo descrive con parole semplici, ma molto chiare, che restituiscono immediatamente il tipo di rapporto che si crea con i ragazzi.
«Matteo è un ragazzo veramente speciale, sa rapportarsi con i suoi allievi. Gioca con loro, si diverte con loro. Ha creato un rapporto veramente speciale».
Non c’è distanza tra insegnante e allievi, ma partecipazione. Non c’è imposizione, ma accompagnamento. E soprattutto c’è una cosa che fa la differenza: la passione, che non viene spiegata ma trasmessa.
«Ha saputo trasmettere la sua passione per il parkour ai ragazzi».
E quando la passione passa attraverso l’esempio, diventa qualcosa che resta anche fuori dall’allenamento.
Intorno al corso, intanto, si crea un’altra dinamica, più silenziosa ma altrettanto significativa: quella tra genitori. Le persone iniziano a conoscersi, a parlarsi, a condividere impressioni ed esperienze.
«Conosco i genitori degli altri ragazzi con cui frequentano il corso e ci è capitato spesso di interfacciarci a riguardo».
È così che, quasi senza accorgersene, nasce una piccola comunità. Non costruita a tavolino, ma nata semplicemente dalla condivisione dello stesso spazio e della stessa esperienza.
Alla domanda su cosa rappresenti il parkour per Daniel, la risposta arriva immediata, senza esitazioni.
«Libertà di espressione».
Due parole che racchiudono tutto: la possibilità di muoversi, esplorare, provare, sbagliare e riprovare senza sentirsi bloccati dal risultato.
Per Manuela, però, ciò che resta davvero centrale è qualcosa di molto più semplice e, allo stesso tempo, molto più profondo: la continuità dell’entusiasmo.
«La soddisfazione è sempre stata nel suo entusiasmo, rimasto costante fino alla fine del corso».
Non servono obiettivi straordinari quando un bambino trova un luogo in cui sta bene, cresce e vuole tornare.
Per questo, quando le viene chiesto se consiglierebbe questa esperienza ad altri genitori, la risposta non ha sfumature.
«Senza dubbio».
E aggiunge:
«Praticare uno sport è sempre la scelta giusta».
Guardando al futuro, il desiderio è altrettanto semplice: che questa esperienza non resti un episodio isolato.
«Spero ci possano essere altri corsi di parkour».
Perché quando qualcosa funziona davvero, non si limita a riempire un periodo di tempo: crea un ricordo, una direzione, una possibilità che si vorrebbe vedere continuare.
Alla fine, questa non è soltanto la storia di un bambino che prova uno sport.
È la storia di un’occasione colta nel momento giusto.
Di una madre che ha saputo riconoscere ciò che poteva far star bene suo figlio.
Di una passione che trova finalmente uno spazio in cui crescere ed esprimersi.
E di una libertà che, per la prima volta, non viene spiegata.
Ma vissuta.
Viktoria Voloshyn
Studentessa di Scienze e Tecnologie della Comunicazione
Università degli studi di Ferrara


