Dai primi movimenti imparati guardando MTV al lavoro con i più giovani: una storia di breaking, autostima e appartenenza, tra cultura Hip-Hop, inclusione e nuove generazioni.
I primi ricordi
Il primo incontro di Andrea Chiummo con il breaking risale al 2000/2001, quando su MTV vede il video di Freestyler dei Bomfunk MC’s. Insieme ai fratelli iniziò a imitarne i movimenti, affascinata da quell’energia. Qualche anno dopo scopre Step Into a World di KRS-One e rimane colpita anche dalla presenza di alcune B-Girl, tra cui Rokafella. Il vero inizio, però, arriva quando incontra per strada un gruppo di ragazzi che balla sui cartoni e chiede loro di insegnarle qualche passo. Da quel momento non ha mai più smesso.
«I miei primi step non erano affatto “fighi”, ma non mi importava. Mi interessava molto di più come mi facevano sentire».
Da lì nasce una vera e propria fame di imparare, di mettersi in discussione, di sentirsi parte di quel movimento e, un giorno, di poter dare anche lei il proprio contributo. A farla innamorare dell’Hip-Hop sono soprattutto i suoi principi: Peace, Unity, Love and Having Fun. L’idea di appartenere a una comunità fondata sulla crescita, sulla condivisione e sul miglioramento continuo è ancora oggi una delle sue motivazioni più forti.
Il primo vero ostacolo non era un movimento: ero io
«Ero molto timida, non avevo mai ballato e mi sentivo rigida».
La prima volta che è entrata in un cerchio aveva il cuore in gola, ma lo ha fatto comunque. «Quella per me è stata la prima vera lezione di breaking: esserci anche quando non ti senti pronto». Voleva dimostrare, prima di tutto a sé stessa, di voler esserci e di meritare quello spazio. Anche dal punto di vista tecnico, il windmill è stato uno dei primi movimenti a metterla davvero alla prova, facendole capire che nel breaking non basta muovere braccia e gambe: è tutto il corpo che deve imparare a dialogare. Ed è forse questa una delle cose più belle del breaking: ogni nuovo movimento ti costringe a rimetterti in discussione.
«È come avere tutti la stessa tela bianca e gli stessi colori, ma ottenere ogni volta un quadro diverso: la sfida è personale, ma il confronto la rende condivisa ».
Sentire la musica attraverso il corpo
Quando la musica la prende, per lei il breaking diventa quasi una forma di meditazione: il resto scompare e rimane una sensazione di leggerezza, sicurezza e profonda connessione con sé stessa, anche con quella parte più bambina che porta dentro.
Allo stesso tempo però il corpo è attraversato da una forte energia e adrenalina che bisogna imparare a gestire e trasformare in concentrazione e presenza. Il breaking insegna proprio questo: è un continuo dialogo con il corpo, che porta a percepirlo nello spazio, riconoscere la fatica, l’agitazione e lo stress e capire quando è il momento di fermarsi, respirare e ripartire.
Lo stesso principio guida anche il suo modo di insegnare. Quando un allievo è in difficoltà, gli ricorda: «Quando sei nato non hai iniziato subito a correre. Prima hai dovuto gattonare». Rispettare le progressioni dell’apprendimento è infatti fondamentale, così come ricordare che un momento di fatica o di sconforto non cancella il percorso fatto fino a quel momento.
Tecnica si, ma con stile e personalità
«Del breaking mi piace la complessità, la libertà di movimento e soprattutto la possibilità di diversificare il movimento in base alle caratteristiche del proprio corpo».
Ma conoscere le parole di una canzone non significa ancora saperla cantare con la propria voce.
Per questo, una volta consolidato il movimento, mette alla prova le capacità dei suoi allievi, nel trovare soluzioni: cambiare una direzione, un ritmo, un livello, una transizione, un modo di entrare o di uscire. È una vera e propria ricerca di diversità « Non voglio creare persone che sappiano fare i miei movimenti, voglio aiutarle a capire che cosa possono fare con il proprio corpo».
Il cypher come luogo di confronto senza giudizio
«Nel breaking non bisogna mai sottovalutare chi abbiamo davanti, perché chiunque può sorprenderci e insegnarci qualcosa».
Un ricordo che conserva con particolare piacere risale a un workshop del 2015 a Roma. Erano circa trenta persone in sala quando un bambino realizzò una variazione di Six-step che lasciò tutti a bocca aperta. Un episodio che rappresenta bene ciò che continua a vedere nel breaking: la creatività non nasce sempre da un processo razionale, ma può emergere giocando, sbagliando e provando qualcosa di nuovo.
È anche questo il senso del cypher, il cerchio del breaking: un luogo di confronto e condivisione in cui si osserva, si ascolta e si risponde ai movimenti degli altri, lasciandosi influenzare senza perdere la propria identità. Un linguaggio condiviso, con le sue regole, in cui però ogni persona può parlare con una voce diversa.
Uno spazio sicuro nel rispetto delle diversità
Il cerchio è uno dei luoghi più importanti del breaking perché non è semplicemente uno spazio in cui esibirsi, ma uno spazio in cui partecipare. Le sue regole sono in gran parte fondate sul buon senso: ascoltare la musica, osservare chi abbiamo intorno, rispettare i turni, sostenere la propria crew e lasciare spazio agli altri. Ma soprattutto, non dovrebbe esserci giudizio sulle persone : il cerchio dovrebbe essere un luogo sicuro in cui potersi esprimere.
Per lei, inclusione non significa fare in modo che tutti facciano la stessa cosa o abbassare le aspettative, ma creare le condizioni perché ciascuno possa partecipare, imparare e mettersi alla prova partendo dal proprio punto di partenza. Per un ragazzo timido, il breaking può diventare così un linguaggio potentissimo, offrendogli un nuovo modo di comunicare attraverso il corpo.
«Il cypher non rende tutti uguali: riconosce a tutti lo stesso diritto di avere una voce».
È proprio qui che vede un forte legame con i valori di Street is Culture: creare un ambiente in cui la diversità non sia un ostacolo alla partecipazione, ma una delle ragioni per cui vale la pena esserci.
Voglia di crederci oltre i pregiudizi
Esiste ancora un’immagine dell’Hip-Hop legata allo scontro, alle bande e alla trasgressione. Eppure il breaking insegna tutt’altro: disciplina, consapevolezza del corpo, rispetto degli altri e capacità di stare in gruppo, oltre a una maggiore sicurezza in sé stessi.
È qualcosa che ha vissuto sulla propria pelle. Ha iniziato a 19 anni, in strada, senza un insegnante e come unica ragazza del gruppo. «Mi sono sentita dire che era una cosa “da maschi” e che ero addirittura troppo grande per iniziare». Continuare, nonostante questi stereotipi, è diventato per lei un atto di fiducia verso sé stessa: investire in qualcosa che la faceva sentire viva, felice e capace.
Oggi, proprio per questo, vuole essere per gli altri quella figura che lei non ha avuto all’inizio: una persona capace di indirizzare, sostenere, incoraggiare e credere. Perché sa quanto può cambiare una persona quando finalmente trova uno spazio in cui sentirsi accolta e libera di esprimersi.
Il breaking come una disciplina profondamente trasformativa
Lo ha visto in diverse persone, ma anche vissuto in prima persona: ogni passo imparato e ogni piccolo risultato conquistato nel cerchio hanno contribuito a costruire la sua autostima. Tra gli esempi che ricorda con più affetto c’è quello di un ragazzo che, quando aveva iniziato, era molto timido e tendeva a nascondersi. Un anno dopo era diventato il motore del gruppo, forte tecnicamente e sicuro di sé. Una trasformazione che non avviene da un momento all’altro, ma cresce attraverso il percorso.
Alle Olimpiadi
L’ingresso del breaking alle Olimpiadi rappresenta per lei una grande opportunità di crescita e visibilità, permettendo a sempre più persone di conoscere la disciplina e riconoscere anche la dimensione atletica. Allo stesso tempo, ritiene importante preservarne la natura più artistica: Il breaking non è nato come una disciplina regolamentata e proprio per questo lascia grande spazio a personalità, musicalità, creatività e interpretazione. Un battle viene valutata per ciò che accade in quel momento, non si decide chi è il ballerino migliore in assoluto. La dimensione sportiva ha quindi bisogno di criteri sempre più chiari per rendere il giudizio il più possibile equo e comprensibile. Ma non bisogna necessariamente trasformarlo in uno sport codificato.
«Per me possono convivere entrambe le dimensioni: una scena competitiva sempre più strutturata e una cultura underground libera, viva e capace di mantenere la propria identità».
«Siamo avversari per qualche minuto, ma facciamo parte della stessa cultura»
In una battle ci si sfida davvero: si vuole vincere e dimostrare il proprio livello, ma la sfida è con ciò che l’altro porta nel cerchio, non contro la sua persona. L’avversario diventa così anche una risorsa per la propria crescita, perché spinge a essere più presenti, creativi e precisi. «Ai più giovani insegnerei che essere competitivi non significa essere aggressivi. Si può voler vincere, dare tutto e cercare di superare l’avversario mantenendo intatto il rispetto. Sostenere la propria crew non significa andare contro l’altra. Significa avere orgoglio per il proprio percorso e contemporaneamente, riconoscere il valore di chi abbiamo davanti».
E quando la battle finisce, finisce anche la sfida. «Perché fuori dal confronto rimangono i valori che ci hanno portati lì: Peace, Unity, Love and Having Fun».
Il vero traguardo? Restituire ciò che il breaking le ha dato
«Quando ho iniziato a ballare, sognavo di vincere il Red Bull BC One, come probabilmente è successo a tantissimi breaker. Con il tempo, però, la mia prospettiva è cambiata. Ho capito che ciò che mi faceva stare meglio non era soltanto il risultato finale, ma tutto quello che accadeva lungo il percorso: conoscere persone, viaggiare, scoprire luoghi nuovi, vivere le battle e condividere energia e lavoro con persone innamorate della stessa disciplina.
Per approfondire la mia tecnica e il mio modo di muovermi ho studiato Scienze Motorie e intrapreso un percorso triennale di Athletic Dance Theatre. Ancora oggi, una delle soddisfazioni più grandi è riuscire a prendere ciò che imparo da discipline diverse e trasformarlo in qualcosa che, quando ballo, parla di me.
Il sogno del BC One rimane e vincere una battle o un contest continua a essere una gratificazione enorme. Ma non è più il mio traguardo ultimo.
Il mio obiettivo è respirare questa realtà, darle voce e contribuire a sostenerla.
Vorrei essere per qualcun altro quella figura che io non ho avuto quando ho iniziato: qualcuno capace di indirizzare, sostenere, incoraggiare e, soprattutto, credere. Perché il breaking è stato il mio primo grande amore, uno di quelli che non si dimenticano. Mi ha insegnato che attraverso il corpo possiamo diventare più consapevoli, più liberi e più capaci di stare nel mondo.
E se oggi posso restituire anche solo una parte di quello che questa cultura ha dato a me, quello è probabilmente il traguardo che desidero di più».
Valeria Iacovone
Scienze e tecnologie della comunicazione
Università di Ferrara

