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Cadere, Fermarsi, Ripartire: Filippo Dolci e il parkour come disciplina di libertà

Da: Street Is Culture

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Chi Siamo

La sua amica Enrica gli ha parlato molto bene di SIC e lo ha messo in contatto con questa realtà giovane e dinamica. Vedere l’ interesse e gli eventi che organizza e come ci sia lo spirito di una comunità ‘underground’, con la promozione di sport non convenzionali, lo ha avvicinato e incuriosito molto. E ha voluto assolutamente iniziare a far parte della family di Street is culture.

«Il Parkour ormai è parte integrante della mia vita e ha cambiato il modo in cui interagisco con ciò che mi circonda». 

Per Filippo Dolci, insegnante di Parkour e praticante da dieci anni, questo percorso è iniziato quasi per caso. Un cartellone visto per strada a Pescara, l’annuncio dei corsi dell’associazione OpenMove e la curiosità per quelle immagini di acrobazie e movimenti appariscenti. Gli bastò mettersi in gioco e provare un salto che sembrava impossibile per tralasciare gli aspetti più scenografici della disciplina e considerarla non più solo come qualcosa da guardare ma da vivere. Da quel momento si accese una passione che ancora oggi continua a crescere con lui.

STEREOTIPO “SPERICOLATO”: UN MITO DA SFATARE

La disciplina si svolge spesso in ambienti urbani, tra cemento, muretti e superfici imprevedibili. Il rischio di farsi male esiste e non può essere completamente eliminato.

Ma proprio qui, secondo Filippo, si trova una delle differenze fondamentali tra parkour e spericolatezza. Il parkour non nasce dalla ricerca del rischio o dell’adrenalina. Al contrario, è una continua ricerca della padronanza del movimento del proprio corpo. Ogni abilità fisica diventa così anche un’occasione per confrontarsi con le proprie paure e insicurezze : 

« Non  riguarda solo il raggiungimento di particolari abilità fisiche, ma anche il miglioramento del benessere mentale e spirituale della persona». E proprio in questo equilibrio tra corpo e mente si trova la vera sfida: non una competizione contro gli altri, ma un confronto con sé stessi, con i propri limiti e con le proprie paure per trovare la totale libertà di espressione attraverso il proprio corpo.

UN INFORTUNIO COME “ UN FULMINE A CIEL SERENO”: TRA PAURA E DOLORE

Nonostante nel Parkour si impara a cadere, a gestire il proprio corpo e a riconoscere i propri limiti nessuna preparazione può eliminare completamente l’imprevisto. Filippo lo ha sperimentato sulla propria pelle recentemente, quando durante il suo primo allenamento estivo dopo la fine dei corsi si è procurato una frattura al malleolo destro.

«Dovevo semplicemente mettere il piede su un muretto molto basso da terra e spingermi da lì».  Era tranquillo, rilassato e consapevole di quello che stava facendo.

Poi qualcosa è andato storto. Una piccola parte sporgente del muretto, quasi invisibile, si è incastrata nella scarpa. Quando Filippo ha provato a spingersi via, il piede non ha seguito il movimento del corpo.                                                                                                                                                                                 

Riguardando successivamente il video dell’incidente, non ha trovato errori nella propria esecuzione. Era presente. Era cosciente. Il piede era posizionato correttamente. « è stato un fulmine a ciel sereno». Ma proprio questa esperienza gli ha permesso di riscoprire un altro insegnamento del Parkour: saper gestire l’imprevisto quando arriva. «Con i miei anni di esperienza e la calma che ho acquisito praticando così tanto, sono riuscito a proteggermi senza problemi, senza alcun altro danno».                                                                                                

Poi il recupero, il corpo, costretto a fermarsi, ha avuto bisogno di tempo per riprendere forza e mobilità, ma non la parte più difficile non è stata solo quella fisica. La mente ha dovuto fare i conti con il dolore e la paura di poterlo provare nuovamente. Ma il parkour insegna anche questo:  “io sono lì, ascolto il mio corpo, le mie emozioni, le mie paure” e rimanendo nella propria zona di comfort e rispettando i tempi di riabilitazione si può riprendere a muoversi in sicurezza, anche in modi alternativi e continuando a divertirsi.

L’infortunio resta, inevitabilmente, un momento difficile e frustrante, ma Filippo ha scelto di guardarlo anche come parte del percorso: «La prendiamo così com’è e andiamo avanti».

Cosa ti ha insegnato quel periodo di stop che non avresti mai imparato continuando ad allenarti senza intoppi?

«Il fatto di essere bloccato mentalmente e fisicamente, dato che non avevo ancora un recupero funzionale al 100%,mi ha insegnato a giocare con la mia noia, a trovare modi per continuare a muovermi, perchè la sento una necessità quella di vivere la mia vita in movimento e di avere la libertà di fare quello che voglio. Mi ha fatto scoprire nuovi modi di vivere e di interagire con la mia curiosità e con l’ambiente che mi circonda. Ci sono tante soluzioni che non avrei mai visto se non mi fossi effettivamente fatto male».

Se dovessi completare questa frase: “Insegno Parkour, ma in realtà ai ragazzi insegno…”, cosa mi diresti?

«Ai miei ragazzi insegno la disciplina per non arrendersi di fronte alle difficoltà; la capacità di sentire il proprio corpo nello spazio e  la possibilità di scoprire una nuova chiave di lettura delle proprie emozioni, paure e insicurezze tramite il movimento, il gioco e , mi auguro,  tanto divertimento tutti insieme!».

Quali sono le tue aspettative e cosa ti piacerebbe che questa nuova collaborazione con SIC potesse offrirti?

«Da questa collaborazione mi aspetto di mettermi in gioco al massimo delle mie capacità e poter offrire ai ragazzi che avrò come corsisti la vera essenza del parkour :quindi fatta all’aperto, di fronte alle intemperie, di fronte a tutte le difficoltà che comporta non essere nella situazione di una palestra, ma comunque renderlo un’esperienza piacevole offrendo loro qualcosa in più, che possa permettergli anche di riscoprire sé stessi e le proprie capacità, ma soprattutto di divertirsi, perché è proprio il divertimento ciò che, per me, conta più di ogni altra cosa».

Attraverso la collaborazione con Street is Culture, questa visione del parkour può incontrare un contesto in cui il movimento diventa anche occasione di scoperta, relazione e crescita per i più giovani. 

Cosa diresti a un genitore o a un ragazzo che ha paura di avvicinarsi al Parkour per timore di farsi male?

«La paura è lì per proteggerci e va affrontata a piccole dosi, io come istruttore sono lì per accompagnare il ragazzo, il neofita, in questa esplorazione, fornendogli gli strumenti necessari per ascoltarla e capirla, fornendogli anche un ambiente dove poter essere libero a fare solo ciò che si sente pronto a fare senza alcun tipo di pressione e anche un gruppo dove poter condividere queste esperienze. Il parkour è una disciplina non competitiva, molto soggettiva, in cui ognuno vive ed esplora  il proprio percorso al proprio ritmo senza pretese e in totale libertà. Quindi sì, la paura è normalissima, ma secondo me vale anche la pena esplorarla un pò».

C’è qualcuno che vuoi ringraziare per esserti stato vicino durante il percorso di recupero?

« Ringrazio Gabriele e Massimo,i miei due colleghi, ormai migliori amici, e compagni del nostro gruppo ‘Tricappi’, entrambi praticanti di questa disciplina, con i quali ho condiviso il viaggio di inizio agosto in Danimarca in un camp di dieci giorni di puro parkour. E ringrazio tutte le persone che erano lì, che nonostante avessi continui blocchi e dolori, mi hanno supportato, ci siamo divertiti, trovavano soluzioni alternative per poter stare tutti insieme e rendermi assolutamente partecipe».

Valeria Iacovone

Scienze e tecnologie della comunicazione

Università di Ferrara

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