Jesse ha 28 anni, viene da Treviso e parla dello skateboard come si parla di qualcosa che, a un certo punto della vita, ti prende per mano. Non è semplicemente la disciplina che insegna ai ragazzi nei corsi di Street is Culture. È molto di più: è il linguaggio con cui ha imparato a stare al mondo.
Lo si capisce subito quando racconta di sé. Non si presenta come l’istruttore perfetto, ma come una persona che ha attraversato momenti complessi e che proprio sulla tavola ha trovato una direzione.
«Ero sempre fuori di casa», racconta. La separazione dei genitori, poca unità familiare, tante ore passate in strada con gli amici, “a fare tutto quello che non dovevo fare”. Si definisce da solo: “un po’ un ribelle”.
Ed è proprio in quella fase della vita che arriva lo skateboard.
Prima attraverso le immagini: MTV, i video da Milano, i contest, Bart Simpson con la tavola sotto ai piedi. Poi attraverso il desiderio. Chiede uno skate a sua madre e inizia a provare, piano piano, finché non trova qualcuno con cui condividere quella passione.
Il punto non è solo come ha iniziato, ma cosa rappresentava per lui in quel momento.
«Con lo skate faccio quello che voglio, vado dove voglio, con i miei amici… ho preso in mano la mia vita».
Per Jesse, all’inizio, lo skate non era nemmeno uno sport. Era una forma di libertà. Un modo per essere qualcosa di diverso da quello che gli altri si aspettavano. Un modo per uscire da certe dinamiche, da certe derive, da quel rischio sottile che spesso accompagna i ragazzi che si sentono fuori posto.
La conferma più forte arriva anni dopo, in una frase che sua madre gli dice al telefono e che oggi sembra racchiudere il senso di tutto: «Lo skate ti ha salvato».
Una frase semplice, ma enorme. Perché dentro ci sono gli amici giusti, i pomeriggi passati allo skatepark invece che a vagare senza meta, la possibilità di appartenere a una comunità.
Ed è forse proprio per questo che Jesse, oggi, quando insegna, non insegna mai solo trick. Insegna una mentalità.
«Se inizi una cosa, non fermarti mai perché una volta che inizi sei già a metà strada». La chiama quasi una regola d’oro: continuare a provare finché non ce la fai.
È la filosofia dello skate, certo. Ma è anche una filosofia di vita.
Cadere, rialzarsi, riprovare. Sbagliare nove volte e rialzarsi la decima.
Quando racconta dei fallimenti non li separa mai dalle vittorie, perché per lui sono parte dello stesso processo. Anzi, dice che sono stati proprio i fallimenti a formarlo più di qualsiasi successo.
Ed è questo che oggi trasmette ai ragazzi di SIC.
Ai più piccoli insegna soprattutto la libertà. Il diritto di divertirsi, di muoversi, di sperimentare senza sentirsi ingabbiati. Ai più grandi, invece, lascia un messaggio chiarissimo: non mollare mai. «Continuare a provare, provare, provare… perché alla fine ce la fai».
Ma nelle sue lezioni c’è anche molto altro.
Jesse parte sempre dal gruppo. Dal saluto iniziale, dal presentarsi, dal non lasciare indietro nessuno. Prima ancora della tecnica, costruisce una piccola comunità: si ride, si fanno giochi per sciogliere l’atmosfera, si crea fiducia.
È un approccio che racconta perfettamente i valori di Street is Culture.
Lo skate qui non è solo movimento, ma educazione relazionale. Rispetto, ascolto, supporto reciproco.
Ed è proprio questo il messaggio più forte anche per le famiglie.
Quando gli chiedo cosa direbbe a un genitore che ha paura di iscrivere il figlio a un corso di skateboard, la sua risposta è spiazzante quanto vera: «Dovrebbe avere paura di non iscriverlo».
Perché Jesse sa cosa può diventare questa disciplina.
Sa che può essere uno sfogo, una terapia, uno spazio in cui imparare a stare nel presente. Quando sei sulla tavola, dice, esisti solo tu e il tuo corpo: devi essere totalmente connesso, non puoi pensare al resto. Ed è proprio lì che si ritrova equilibrio.
Anche nei momenti più difficili della vita. «È una sorta di terapia».
Forse è proprio per questo che oggi, dentro SIC, il suo ruolo va oltre quello di istruttore. Jesse è qualcuno che tramanda ai più piccoli ciò che lui ha dovuto imparare sulla propria pelle.
Non solo come chiudere un trick, ma come stare al mondo con più sicurezza.
E se un giorno uno dei suoi allievi dovesse diventare professionista, la cosa che spera davvero di avergli lasciato non è il gesto tecnico perfetto.
È il rispetto.
Il rispetto per gli altri, per il percorso, per la strada ancora da fare.
Perché, come dice lui, non bisogna mai pensare di essere arrivati.
Prima di chiudere, Jesse lascia un ringraziamento semplice ma fortissimo: «Vorrei ringraziare l’energia di Magid, che ti travolge sempre quando parla».
Ed è questa energia che in SIC diventa contagiosa: prendere una disciplina nata per strada e trasformarla in uno strumento di crescita, inclusione e fiducia.
Con istruttori come Jesse, ogni lezione non è solo un corso, ma diventa il posto in cui alcuni ragazzi capiscono che la strada giusta, a volte, inizia proprio da una tavola a quattro ruote.
Asia Maria Preziuso
Studentessa di Lettere – curriculum Moda, Arte, Design e Cultura Visiva
Università degli Studi di Bergamo
