Kelvin Flavio Nwachukwu non è il tipo di persona che si impone con il rumore, tantomeno l’istruttore che riempie lo spazio con la voce o con la presenza. Il suo modo di stare nello skatepark è diverso: più silenzioso.
«Ero un ragazzo molto introspettivo e timido», racconta parlando di sé e della sua crescita a Sesto San Giovanni. Non lo dice come un limite, ma come un dato di fatto, qualcosa che lo ha accompagnato fin dall’inizio.
Lo skateboard entra nella sua vita presto, quasi per caso, come succede spesso. Un regalo condiviso con il fratello, una tavola da usare insieme, un gioco più che uno sport.
«Era super divertente. Era proprio un gioco, equilibrio… divertimento».
Questa dimensione iniziale, caratterizzata dalla leggerezza, non se n’è mai andata.
Negli anni Kelvin cresce e cambia. Ma c’è una cosa che resta intatta. «Il fattore divertimento non è mai cambiato. Si è aggiornato col tempo, come sono cresciuto io, però è rimasto. Ed è la cosa più bella».
In un mondo in cui lo sport spesso diventa prestazione o aspettativa, Kelvin resta ancorato a qualcosa di più semplice e più profondo: il piacere.
Ma sarebbe riduttivo fermarsi qui. Perché lo skate, per lui, è stato altro: uno spazio personale, a tratti intimo, in cui stare anche da solo, ma senza essere davvero solo. Un equilibrio sottile tra isolamento e relazione.
«Se vuoi stare anche un po’ da solo puoi farlo. Ti metti le cuffie, prendi la tavola, esci. Non ti serve altro».
Eppure, nello stesso spazio, succede anche il contrario.
«Se ti togli le cuffie, ti siedi e parli con qualcuno. Chiedi: tu come fai quel trick? Come metti i piedi?». È qui che emerge una delle dimensioni più interessanti del suo racconto: lo skatepark come ambiente fluido, in cui convivono individualità e comunità. Dove puoi scegliere di chiuderti o di aprirti, e entrambe le cose vengono rispettate.
«È un ambiente di confronto», dice. «Ma anche un posto intimo, se vuoi».
Questa doppia natura, personale e collettiva, è forse una delle cose che più lo ha formato.
Perché lo skate non ti protegge, non ti semplifica le cose. Anzi.
«È “bastardo” lo skate», dice senza girarci intorno. «Se non sai rispondere, è molto cattivo».
Dietro questa frase c’è una verità molto concreta: lo skateboard ti mette davanti ai tuoi limiti in modo diretto. Non puoi nasconderti. Se un trick non ti viene, non ti viene. Punto.
E lì succede qualcosa.
«Ti arrabbi, perché non riesci. Perché non sei capace. Però se ti metti a capire cosa stai sbagliando… e poi lo fai… ti dà un’energia assurda».
È un processo continuo. Tentativo, errore, osservazione, correzione. E soprattutto ripetizione.
«Anche dopo 40, 50 errori… quando ti viene, ti appaga talmente tanto che cancella tutto il resto».
È una lezione che va oltre lo skate: è un modo di affrontare le difficoltà.
E Kelvin lo sa bene, perché ha vissuto anche il lato più duro di questo percorso. A 19 anni si rompe una gamba. Un blocco improvviso, proprio dentro quella cosa che per lui rappresentava, più di tutto, felicità.
«È stata quasi colpa dello skate… perché non potevo più farlo».
Ma anche lì, ancora una volta, lo skate, paradossalmente, gli insegna qualcosa: non mollare, non buttarti giù. Trova un modo per ripartire.
Perché, come dice lui stesso, quella tavola è sempre stata anche questo: «evasione, libertà».
Ed è esattamente questo che oggi cerca di trasmettere ai ragazzi: un’esperienza completa.
Quando parla delle lezioni, Kelvin non descrive uno schema rigido. Parte dall’ascolto per capire chi ha davanti.
Un primo approccio col riscaldamento e poi bisogna dare spazio agli obiettivi dei ragazzi, a quello che vogliono provare e a cosa li incuriosisce.
È un approccio coerente con quello che lui stesso ha vissuto.
Rispetta i tempi e le differenze, perché sa bene che ogni bambino arriva con il suo modo di stare al mondo. C’è chi è più aperto, chi più chiuso, chi osserva, chi si butta.
E tutti devono trovare il proprio spazio.
«Se il bambino è un po’ sulle sue, lo rispetti. Però lo aiuti. Gli dai quello che gli serve».
Questo permette anche di costruire fiducia con le famiglie.
Perché la paura, soprattutto all’inizio, c’è, ed è normale. Lo skateboard viene spesso percepito come qualcosa di rischioso, poco controllato.
Ma Kelvin lo affronta in modo diretto. «Con le protezioni e con un istruttore è impossibile farsi male». In più, in questo contesto si cresce e si fa amicizia: «Non sei davvero da solo. Sei con delle persone, in un ambiente genuino, che va oltre l’apparenza».
Nello skate non conta come appari, ma come ti muovi e come ti relazioni agli altri.
Servono costanza e pazienza.
Ed è la pazienza la parola che Kelvin sceglie quando gli chiedo cosa vuole lasciare ai ragazzi. «Con tanta pazienza si può fare tutto. Tutto».
Non è uno slogan, è qualcosa che ha sperimentato sulla sua pelle e che ora prova a trasmettere come una sorta di sicurezza: anche se oggi non riesco, se continuo, prima o poi ce la farò.
Quando gli chiedo di completare la frase “Insegno skateboard, ma in realtà insegno…”, la risposta arriva senza esitazione: «a vivere».
Insegnare a stare su una tavola è solo una parte. Il resto è quello che succede mentre ci provi: le cadute, i tentativi, le relazioni, i momenti in cui scegli se fermarti o continuare.
E in questo senso, realtà come Street is Culture diventano qualcosa di più di un semplice contesto sportivo.
Diventano spazi in cui queste dinamiche possono esistere davvero.
Spazi in cui l’inclusione non è una parola, ma una pratica quotidiana. In cui ogni ragazzo può trovare il proprio ritmo e il proprio equilibrio.
Kelvin lo riconosce chiaramente. «Mi sembra molto inclusivo. Mi piace anche il supporto alle ragazze, che nello skate c’è sempre stato poco».
È un dettaglio che non è affatto marginale. È il segnale di un ambiente che evolve e che prova a essere accessibile davvero a tutti.
Il valore più grande di SIC non è creare atleti, ma persone.
Persone capaci di provarci, di sbagliare, di riprovare. Persone che imparano a conoscersi, a rispettarsi, a stare insieme. Persone che, un giorno, magari scenderanno dalla tavola, ma si porteranno dietro tutto il resto.
Asia Maria Preziuso
Studentessa di Lettere – curriculum Moda, Arte, Design e Cultura Visiva
Università degli Studi di Bergamo

